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“La mia idea di classico è questa: non c’è bisogno di avere cinque modelli di giacca, bastano cinque cravatte, un solo tipo di mutande e non 22″. (Massimo Osti, 1996)

“Non ero uno stilista nel senso tradizionale del termine, ero piuttosto un designer di vestiti-oggetto che privilegiavano la funzionalità e la comodità invece del legame stretto con le tendenze. Volevo dei capi che fondassero la loro ragione d’essere su una precisa strategia di ricerca su materiali e forme. Ricordo che una volta, osservando una giacca da lavoro usata, notai una piccola deformazione strutturale in corrispondenza del gomito, dovuta all’uso e alla tensione particolare cui era sottoposto il tessuto in quella posizione, ebbi subito l’impulso di disegnare quella deformazione su un nuovo modello. C.P. Company era proprio questo: una collezione di ricerca e di buone intuizioni”.
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“Massimo aveva cominciato a lavorare molto presto come pubblicitario, nella sua piccola dinamica agenzia; per questo si occupò sempre in prima persona dell’ideazione e della realizzazione delle proprie campagne. Quando a metà degli anni ottanta decise che poteva permettersi di spendere una congrua somma per promuovere il proprio lavoro, senza che questo andasse a scapito della ricerca, lo fece a modo suo, inventando qualcosa che non c’era. Creò così, nel 1984 il primo catalogo C.P. Company e decise che sarebbe stato venduto in edicola. L’idea di un materiale pubblicitario che doveva essere pagato e non distribuito gratuitamente, dava all’oggetto editoriale, già prestigioso e bello in sé, un ulteriore valore aggiunto. E infatti la gente andava in edicola e lo comprava”. (Lorenzo Osti)
“L’archivio di mio padre è un patrimonio il cui valore mi è sempre stato sottolineato da tutti coloro che lavorano a vario titolo nell’abbigliamento e che mi sento in dovere di preservare e di far conoscere”. (Rossella Zanotti)
