l dissidente cubano Orlando Zapata Tamayo, di 42 anni, è morto ieri dopo 83 giorni di sciopero della fame. È la prima volta in quasi quarant’anni che un attivista politico dell’isola muore di fame per protestare contro gli abusi del governo, scrive il Miami Herald. L’ultimo caso di questo genere a Cuba si era verificato nel 1972, quando Pedro Luis Boitel, poeta e leader studentesco che aveva lottato prima contro la dittatura di Fulgencio Batista e poi contro il governo di Fidel Castro, morì dopo uno sciopero della fame. Zapata aveva cominciato la sua protesta a dicembre per protestare contro le cattive condizioni carcerarie, scrive il quotidiano messicano La Jornada. “Era stato condannato nel 2003 a tre anni di prigione dopo un processo parallelo a quello contro i 75 dissidenti accusati di cospirare per gli Stati Uniti. Successivamente era stato accusato di altri delitti e la sua pena era stata portata a trent’anni”. Secondo la commissione cubana per i diritti umani e la riconciliazione nazionale, a Cuba ci sono attualmente circa 200 prigionieri politici che il governo dell’Avana non riconosce come tali, ritenendo che si tratta di mercenari al servizio degli Stati Uniti. Un omagio da parte dello staff 5 per il suo corraggio, sacrificio ed esempio per la lotta per i diritti umani. GRAZIE ORLANDO!
“Così si muore nella Cuba di Fidel”
Rabbia e «indignazione» tra i dissidenti cubani per la morte di Orlando Zapata, l’operaio deceduto all’ospedale dell’Avana dove si trovava ricoverato dopo 85 giorni di sciopero della fame. Zapata stava scontando una condanna a 36 anni di carcere per una serie di reati tra cui il vilipendio del Lider Maximo, Fidel Castro. Era stato arrestato nel 2003 insieme ad altri 74 dissidenti in una delle più grandi retate di oppositori dell’Avana. «È una grande tragedia per la sua famiglia, per il movimento dei diritti umani a Cuba e per il governo cubano perchè ora ci saranno molte proteste anche all’estero», ha commenntato Elizardo Sanchez della Commissione indipendente per i diritti umani a Cuba. «La sua morte mostra l’arroganza totalitaria che non misura l’impatto umano dei suoi atti». Il Direttorio democratico cubano da Miami ha scritto in una nota che Zapata «è stato assassinato dal regime castrista che gli ha negato i diritti più elementari». Il movimento «non cerca martiri», ha affermato Oswaldo Paya, leader del Movimento cristiano di liberazione, sottolineando che Zapata è morto per difendere «la libertà, i diritti e la dignità di tutti i cunani». «Lo hanno assassinato», ha denunciato la madre di Zapata, Reina Tamayo Danger, «la morte di mio figlio è stata un omicidio premeditato». Le condizioni di Zapata, 42 anni, si erano aggravate lunedì ed era stato trasferito dall’ospedale provinciale di Camaguey, nell’est, al reparto di terapia intensiva dell’Hermanos Ameijeiras, una delle strutture più grandi e meglio attrezzate dell’Avana, dove si è spento alle 13 (le 19 ora italiana) di martedì. Le flebo non sono riuscite a salvare un fisico troppo debilitato. In carcere dal 2003, Zapata aveva avuto il sostegno di Amnesty International in quanto prigioniero di coscienza e da quasi tre mesi aveva avviato uno sciopero della fame per protestare contro le dure condizioni a cui era sottoposto in carcere. Juan Juan Almeida García, figlio del rivoluzionario Juan Almeida e da tempo in contrasto con il governo cubano, ha scritto una lettera a Raúl Castro: «Oggi è morto un essere umano. Il suo nome era Orlando Zapata Tamayo. No so se era bianco, nero, gay, eterosessuale, alto, basso… Non lo so. So solo che è morto dopo un lungo sciopero della fame, reclamando per i diritti fondamentali di ogni uomo. E allora le chiedo: Presidente, non prova un po’ di vergogna? Dobbiamo arrivare a questi eccessi? Non crede che sia meglio mettere da parte la superbia e ascoltare le ragioni degli altri? Oggi non le chiedo di lasciarmi uscire dal paese, oggi le chiedo molto di più. La prego, signore, le supplico di rinunciare al potere. Se ne vada da questo paese. Lei non merita rispetto». A Cuba sono arrivati nella notte il presidente brasiliano Inacio Lula da Silva e quello venezuelano, Hugo Chavez, reduci dal vertice latino americano e caraibico di Cancun. A Lula alcuni giorni fa un gruppo di 53 dissidenti ha scritto una lettera per chiedergli di mediare per il loro rilascio negli incontri che avrà con Fidel Castro e con il presidente cubano, Raul Castro. I 53 sono gli ultimi rimasti in carcere del gruppo di 75 arrestati nel 2003, in cui rientrava lo stesso Zapata. Devono scontare condanne fino a 28 anni di carcere perchè accusati di essere «mercenari» degli Usa.
